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La morte di Pasolini: verità e realtà

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Riverso a terra, un braccio sotto il corpo. Il viso, i capelli, il collo impastati di sangue e fango. I testicoli distrutti, in piena emorragia. Le dita della mano destra spezzate in linea. Il petto orrendamente schiacciato e molle. Il cuore scoppiato. Chi ha avuto l’occasione di osservare le foto, non le dimentica facilmente. Pier Paolo Pasolini fu rinvenuto così alle sei e trenta della mattina di domenica 2 novembre 1975, trentacinque anni fa, vicino ad un campetto di calcio all’Idroscalo di Ostia. 

Ostia: dove, secondo Dante, vengono imbarcate le anime destinate al Purgatorio.

Perché tanta violenza, perché tanto orrore nei confronti di un poeta? La ricostruzione del delitto di Pasolini non deve di certo costituire solamente la cronaca sensazionalistica di un ennesimo delitto “all’italiana”. All’italiana perché le prime indagini vennero eseguite in una maniera ignobilmente sommaria; perché ci si rese conto di alcuni retroscena solo troppi tardi; poi perché gli inquirenti spesso venivano a conoscenza di nuovi sviluppi attraverso i giornalisti, attivissimi, e non viceversa; e recentemente, ancor più all’italiana, per le recenti confessioni mediatiche di Pino Pelosi e per i formidabili colpi di scena, tra cui la riesumazione del cadavere di Pasolini a distanza di trentacinque anni. Il ruolo dell’opinione pubblica e dei mass media è sempre stato decisivo; la figura di Pasolini rimane quella che si era guadagnato nella vita: uno tra i più potenti senza essere in carica, tra i più influenti senza goderne, però, di quella influenza, i reali benefici. Anzi.

C’è il rischio, però, che l’analisi dell’omicidio si trasformi in un disinteressato esercizio investigativo, il cui ultimo compenso si riduce alla gratificazione personale per la propria cervellotica destrezza; o ancor peggio in uno scoop per una trasmissione dai toni macabri e celebrativi, come se ne sono viste tante; oppure, in un groviglio di reti e di pantano, coinvolgendo l’ENI, dell’Utri, la P2 e tutto l’infinito labirinto della politica italiana degli anni ’70.

Dunque: vicino al cadavere di Pasolini viene rinvenuta una tavola divelta, appartenente alla staccionata della baracca della famiglia Buttinelli; in direzione del campetto, viene ritrovata la camicia di Pasolini, integra, ma incrostata di sangue; poi un altro paletto, marcio, con vicino un anello con una pietra rossa, di poco valore. Impronte, pare, ce ne sarebbero state numerose: ma la zona non fu mai tenuta transennata. Anche durante i rilevamenti dei carabinieri, alcuni ragazzetti vi giocavano a pallone.

All’una e trenta del 2 novembre i carabinieri inseguono e bloccano una Giulia 2000 GT che sfreccia a tutta velocità: è di proprietà di Pasolini, ma alla guida trovano solo il diciassettenne Giuseppe Pelosi, “Pino la rana”, già noto alle forze dell’ordine, il quale, per prima cosa, si preoccupa di recuperare in auto un anello con la pietra rossa. A mezzogiorno, dopo una notte d’interrogatorio, Pelosi confessa l’omicidio di Pasolini. Sarebbe stato caricato in macchina alla Stazione Termini con la promessa di un regalo, sarebbero andati assieme a mangiare in un ristorante, a far benzina, e poi si sarebbero appartati in quel campetto dell’Idroscalo, di fronte alla porta. Fuori dall’auto, Pasolini gli si sarebbe avvicinato da dietro con un paletto, come se volesse sodomizzarlo con quell’oggetto. Allora, minacciato nella sua integrità fisica, Pelosi avrebbe reagito e sarebbe entrato in colluttazione con Pasolini; posseduto da un raptus, lo avrebbe colpito al capo con il paletto, rompendolo; poi gli avrebbe sferrato un violento calcio all’inguine, lasciandolo tramortito a terra. Sarebbe poi salito sull’auto con l’istinto di fuggire e non si sarebbe accorto di aver investito il corpo di Pasolini. 

Questa è la versione che Pelosi ha sostenuto fino a cinque anni fa. Cioè per quasi trent’anni.

Già troppi erano i misteri, e troppo chiare le intenzioni. I carabinieri quel sabato sera fermarono un ragazzo che si presentava troppo tranquillo, composto e pulito per aver appena ucciso una persona. E la prima cosa che questo si preoccupa di fare davanti ai carabinieri è di cercare l’anello con la pietra rossa, che poi verrà casualmente ritrovato vicino al cadavere di Pasolini.  

Sugli abiti di Pelosi due minime tracce di sangue; sul suo corpo, nemmeno un ematoma, solo una piccola escoriazione sulla fronte: sembrava strano che in una lotta corpo a corpo (perché Pasolini si era difeso, considerando le abrasioni sulle sue dita), un uomo solo riuscisse a scaraventarsi con tanta furia contro un altro uomo, senza riceverne almeno i segni di una disperata volontà di difesa. Altri elementi, poi, concorrevano all’ipotesi che Pelosi non fosse stato solo:  un golf e una suola di scarpa, non appartenenti a Pasolini né a Pelosi, ritrovati nell’Alfa; alcuni residui ematici rintracciati sulla portiera dell’auto dalla parte del passeggero. 

Si delineava così un quadro terribilmente complesso, screziato da incongruenze e da tracce esageratamente evidenti. La messinscena, a questo punto, era risultata l’ipotesi più accreditata, ma pericolosa e poco conveniente da sostenere per i legali Nino Marazzita e Guido Calvi. Poteva essere stata un’aggressione occasionale, di stampo razzistico – contro un “froscio” – fatalmente finita in tragedia, da parte di un gruppo di “papponi” con l’intenzione di punire un cliente di quei “ragazzetti” che alla stazione Termini tenevano testa alle prostitute; oppure un regolamento di conti attuato da un gruppo di fascisti, già preannunciato dal furto delle pellicole di Salò; oppure addirittura una vendetta collegata al massacro del Circeo, su cui Pasolini aveva scritto l’ultimo editoriale.

 In questi ultimi cinque anni si delinea sempre con maggior prepotenza l’ipotesi di un agguato di stampo politico. Pasolini, attraverso le sue polemiche “corsare e luterane”, si era fatto sicuramente dei nemici. Scandalosamente critico verso il Potere, aveva espresso una spiccata sensibilità nel considerare la distinzione (perché la ritrovava terribilmente viva e spietata dentro di sé), al di là di ogni bandiera,  tra il Bene e il Male, tra l’Onore e la Viltà; ed era eccezionalmente lucido nell’attaccare, volta per volta, la costrizione, l’abuso di potere, la colpa. “Io so” aveva scritto “Io so i nomi dei responsabili… Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli”. Chiedeva processi per tutti costoro. Sapeva del delitto Mattei, della P2, dell’inumana organizzazione in seno alla politica italiana. Per non farne un martire, si sarebbe dovuto sì toglierlo di mezzo, ma nel modo più infame, più umiliante, utilizzando come arma la parte più debole della sua sfera esistenziale, la sua omosessualità, a quel tempo marchio ignobile piuttosto che argomento di proclamazione ad assicurato effetto come succede troppo spesso ora.

Pelosi ha mentito per trent’anni. Ma neanche la sua nuova confessione aveva ottenuto il pathos che ci si aspettava. Troppo vago, troppo trasfigurato dall’esperienza carceraria, la sua sembrava la voce di chi si allinea alle tesi più sensazionalistiche per ottenere un nuovo e definitivo riscatto in quanto uomo rovinato. 

La recentissima riapertura del caso e l’incresciosa riesumazione del cadavere di Pasolini difficilmente potranno fornire la verità. Una verità sfuggente, sicuramente scomoda, e che ha inevitabilmente favorito a creare attorno allo stesso personaggio di Pasolini un alone misterioso, mesto, funereo; e sulla sua figura d’intellettuale un attaccamento deviato, spesso morboso, mai pacificato. Fare luce sull’omicidio con l’intento di trovare il vero colpevole, oltre che impraticabile nel contesto dell’interessata giustizia italiana, distoglie il dovere morale e culturale di considerare la realtà dell’evento. Il punto non è come e perché sia successo; ma che sia successo. Il presentimento dell’agguato politico, dell’infida orchestrazione, si staglia con tutta la sua veemenza nella coscienza, nella realtà della coscienza. Tutte le prospettive, allora, nella nostra ricerca di senso, diventano reali, diventano la testimonianza reale per cui la sua morte, in ogni caso, non può essere stata un fatto occasionale, ma storico, ontologicamente necessario. Il sacrificio di un poeta.

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